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sabato 10 settembre 2016

Le Verdure Ripiene per il Calendario del Cibo Italiano.

Il Calendario del Cibo Italiano, l'importante progetto firmato Associazione Italiana Food Blogger del quale vi ho parlato in diverse occasioni, dedica la giornata di oggi alla Verdure Ripiene ed io ho l'onore di esserne l'ambasciatrice.
Lavorando a questa Giornata, non solo non ho potuto prescindere da quello che è uno dei capisaldi della cucina tradizionale ligure ma, ancora una volta, non ho potuto fare a meno di riconoscere a questo piatto un valore affettivo strettamente legato alla mia infanzia.
Nessun'altra preparazione culinaria, infatti, mi rimanda a quelle estati spensierate e quasi fiabesche quanto i Ripieni di Verdure.
Non solo mera preparazione culinaria, ma anche una sorta di rito che aveva inizio ben prima del momento in cui la grande teglia veniva sfornata.
Un culto che si apriva con la raccolta delle verdure nel magnifico orto che papà curava con gesti delicati ed attenti. Era il suo regno ed ogni angolo coltivato era stato concepito e studiato rigorosamente.
Quel prezioso pezzo di terra di un piccolissimo, appartato borgo del Basso Piemonte a pochi chilometri di distanza dalla mia regione natia, risentiva profondamente dell’influenza della leggiadra Liguria. 
Ne erano testimonianza le erbe e gli ortaggi coltivati : zucchini, patate, basilico, maggiorana, anche se queste ultime, pur profumatissime, mancavano dell'unicità che solo l'aria salmastra ligure sa conferire.
Ma i Ripieni di Verdure erano rigorosamente preparati come vuole la Tradizione.
Per storia, curiosità e consigli su come preparare Verdure Ripiene in maniera perfetta, vi rimando al post completo sul sito dell'Associazione Italiana Food Blogger.
In calce all'articolo, troverete i  link diretti ai post dei soci che con i loro contributi hanno regalato a questa giornata un quadro corale e completo.
Grazie di cuore a tutti.

A presto!

Maria Grazia


Contribuiscono alla Giornata Nazionale delle Verdure Ripiene:

Valentina De Felice
Lucia Melchiorre
Stefania Pigoni
Sara Sguerri
Daniela Ceravolo
Irene Prandi
Giuliana Fabris
Enrica Gouthier
Tamara Cinciripini
Tamara Giorgetti
Nicola Ganci
Cristina Tiddia











Ripieni di Verdure alla Ligure
(di magro)


Gli Zucchini Ripieni (succhin pin)
(ricetta tratta da Codice della Cucina Ligure, progetto editoriale S.E.P. - Il Secolo XIX, a cura di Enrico Guagnini)



800 g di zucchini (zona di coltivazione: Lumarzo, provincia di Genova)
100 g di prescinsêua  (o di ricotta vaccina)
2 uova
mollica di un panino bagnata nel latte e ben strizzata
le foglioline di un rametto di maggiorana
2 cucchiai di olio extravergine di oliva della Riviera Ligure
1 cucchiaio di grana grattugiato






Dopo averli mondati e lavati, tagliare gli zucchini a metà nel senso della lunghezza e lessarli per cinque minuti in acqua bollente salata.  Svuotarli e tritarne la polpa. In una ciotola capiente, amalgamare la polpa agli altri ingredienti (se il composto risultasse troppo fluido, unire qualche cucchiaino di pane grattato), salare, farcire le verdure con l’ausilio di un cucchiaino, spolverare con poco pan grattato ed irrorarle con un filo di olio extravergine di oliva. Oliare un tegame, allinearvi gli zucchini ripieni e cuocere a 180° in forno già  per circa 30 minuti.




Le Melanzanine Ripiene (meizann-e pinne)
(ricetta tratta dal volume La Cucina di Genova e della Liguria, Nuova Editrice Ligure)



1 kg  di melanzanine genovesi tonde (zona di coltivazione: Genova Pra')
30 g di funghi porcini secchi
3 uova
mollica di pane bagnata nel latte
parmigiano reggiano grattugiato
pane grattugiato
due spicchi d’aglio
origano
noce moscata
olio extravergine di oliva della Riviera Ligure
sale








Tagliare a metà le melanzane per il lungo e lessarle in acqua bollente salata,  portandole a metà cottura. Con l’aiuto di un cucchiaino o di uno scavino, togliere la polpa facendo attenzione a non rompere gli ortaggi.
Tritare lo spicchio d’aglio (sbucciato e privato della radice interna) insieme ai funghi secchi precedentemente rinvenuti in acqua tiepida ed unire la polpa delle melanzane.
Tritare ancora e porre in una terrina. Unire le uova, la mollica di pane inzuppata nel latte, il parmigiano reggiano grattugiato, l’origano, la noce moscata e salare. Mescolare a lungo, amalgamando con cura e  riempire le melanzanine con il composto ottenuto. Spolverare con poco pane grattugiato, irrorare con un filo d’olio extravergine di oliva e cuocere in forno a 180° per circa 30 minuti.








Queste ricette sono presenti anche su Zena a Toua, l'ampio e completo sito regionale dedicato alla cultura enogastronomica ligure.










mercoledì 31 agosto 2016

Gli Anicini Liguri (Anexin) per la Giornata Nazionale di Anice e Finocchietto sul Calendario AIFB.

Si ha proprio l'impressione di avvertirla, l'inebriante fragranza di Anice e Finocchietto, le piante aromatiche celebrate oggi dal Calendario del Cibo Italiano firmato Associazione Italiana Food Blogger
Ambasciatrice di questa profumatissima giornata è Valentina de Felice, autrice del blog DiVerde, DiViola.
Io partecipo come contributor e con una delle glorie della tradizione dolciaria della mia regione, gli Anicini.
Gli Anicini sono i biscotti che, insieme ai più noti Lagaccio, ai Canestrelli di Torriglia, ai Baci di Alassio e ad altre specialità, costituiscono una delle eccellenze della piccola pasticceria ligure, ovvero quella dei dolci secchi.
Delizie dall'irresistibile profumo, leggeri e spugnosi, gli Anexin non sono solo perfetti da inzuppare nel latte, ma proprio per la loro leggerezza costituiscono un gradevole fine pasto, soprattutto grazie alle proprietà digestive dell'Anice, una delle più antiche piante aromatiche.
Mi piace il loro allure. Rimanda alla placida atmosfera di un salotto borghese nell'ora del tè, a vassoi in argento scrupolosamente lucidati e colmi di dolcetti, a bicchierini di liquore sorseggiati con garbo e delicatezza.
Nonostante una predominante e scarsamente romantica produzione dolciaria industriale, gli Anicini sono tuttora confezionati da qualche produttore ligure e da alcune storiche pasticcerie che trovano ancora lo stimolo per rivendicare la storia e la tradizione locale.





Anicini (Anexin)

mercoledì 20 luglio 2016

La Sardenaira e le sue Sorelle. La Tradizione Ligure per il Calendario del Cibo Italiano

Il Calendario del Cibo Italiano, il progetto firmato Associazione Italiana Blogger, continua il suo percorso attraverso la nostra ricchissima, incomparabile Tradizione Culinaria e celebra oggi una delle ricette più antiche della mia Liguria. 
La Giornata è infatti dedicata alla Sardenaira, la blasonata focaccia del ponente ligure che nell'ottobre del 2014 ha conquistato il prestigioso marchio De.Co. (Denominazione Comunale di Origine).
Ne è ambasciatrice Fausta Lavagna, autrice del blog Caffè col Cioccolato.
La Sardenaira è una preparazione tipica sanremasca, si cuoce in teglia e, per realizzare l'impasto, si impiegano gli stessi ingredienti della internazionalmente nota Focaccia Genovese, ovvero farina, acqua, sale, olio extravergine di oliva di ottima qualità e lievito di birra.
Dalla lavorazione di questi ingredienti si ottiene una focaccia alta, sofficissima e dal bordo croccante.
Il condimento è quanto mai profumato e gustoso: pomodoro, alici dissalate, capperi sotto sale, olive taggiasche in salamoia (aggiunte alla ricetta in epoca recente), spicchi d'aglio con la "camicia" ed una spolverata di origano.
Le origini della Sardenaira pare si perdano nella notte dei tempi.
Alcune fonti la imparentano alla lontana con la Pissaladiere , nata nella zona di Nizza intorno al 1450 e ribattezzata poi, una volta approdata alle coste liguri, Piscialandrea, ovvero Pizza all'Andrea, probabilmente in onore dell'ammiraglio Andrea Doria che pare ne fosse grande estimatore. Allora il condimento era costituito da cipolla ed acciughe e mancava del  pomodoro. All'epoca, infatti, non era ancora stato importato in Italia, dove arrivò dall'America nel 1540. Prima di divenire prepotente protagonista della cucina italiana, il simbolo della cucina made in Italy, fu considerato per molti anni una pianta ornamentale.

La Sardenaira e le sue Sorelle

Sardenaira è un termine tipicamente sanremasco e deriva dall'antico condimento costituito dalle sarde, pesce azzurro molto saporito. Nel dopoguerra, venne sostituito dalle alici, dal sapore meno pungente.
L'antica specialità del Ponente Ligure prende il nome di Pisciadela a Ventimiglia, di Pisciarà a Bordighera, dove viene cucinata senza alici e guarnita con uno strato sottile di cipolle.
A Ceriana ne esiste una particolare versione, il Bernardun (molte preparazioni di questa zona portano questo nome in onore di San Bernardo, che si trovò a passare da queste parti nel 1400) preparata con la pasta degli gnocchi di patate di montagna, stesa in teglia, condita con salsa di pomodoro e cotta in forno.
Nella zona di Oneglia il suo nome è Piscialandrea. In Val Nervia, a Dolceacqua e ad Apricale, ecco la machetusa, una versione nella quale al pomodoro viene unito il machetto* , salsa al mortaio a base di alici che un un tempo veniva preparata con le sarde.
Questa varietà di nomi sta a testimoniare in quante differenti versioni venga poi declinata questa preparazione.
E di come la ricetta originale ed autentica sia tipica esclusivamente del comprensorio sanremasco.

A presto!

Maria Grazia


*
Il machetto si realizza disponendo le acciughe (private delle interiora e delle teste) a strati in un vaso di vetro (la tipica arbanella), alternandole al sale grosso fino a riempire il recipiente.
Si fanno macerare circa quaranta giorni con un peso sopra. Trascorso il tempo di riposo, si liberano i pesci dal sale e si pestano nel mortaio.
La salsa ottenuta si trasferisce in un barattolo di vetro e si copre con olio extravergine di oliva.



Fonti

Comune di Sanremo. Disciplinare di Produzione della Sardenaira a Denominazione Comunale.
Papille Clandestine.
Inventario delle Ricette Tradizionali dell'Entroterra Imperiese.





Cucina Ligure. La Sardenaira.




La Sardenaira



Ingredienti
(per una teglia rettangolare 40x30)

L'Impasto

500 g di farina speciale per focacce macinata a pietra
14 g di lievito di birra fresco


1 cucchiaino scarso di malto d'orzo
250 ml di acqua tiepida
50 ml di olio extravergine di oliva da olive taggiasche
10 g di sale fino


Il Condimento

500 ml di Passata di Pomodoro Rustica Petti, Il Corposo 
olive taggiasche in salamoia
capperi sotto sale
8 acciughe sotto sale
2 spicchi d'aglio
origano









Setacciare la farina ed unirvi il sale. 
Sciogliere il lievito in poca acqua tiepida insieme al malto d'orzo.
Coprire e far riposare in luogo tiepido fino a quando non saranno visibili le caratteristiche increspature.
Introdurre nella ciotola della planetaria la farina setacciata, unire l'acqua (compresa anche la parte nella quale è stato sciolto il lievito) e l'olio extravergine di oliva, impastando a velocità medio bassa.
Unire il sale durante l'impasto o alla fine (importante è che non venga a contatto con il lievito). Trasferirlo in una ciotola leggermente unta, coprirlo e farlo riposare in luogo tiepido per circa un'ora.
Nel frattempo scaldare la passata di pomodoro, unendo un pizzico di zucchero ed uno di sale.
Ungere la teglia con abbondante olio extravergine di oliva e stendervi direttamente l'impasto lievitato, rialzando un po' i bordi. Effettuare questa operazione con le mani, senza utilizzare il matterello ed allargando la pasta con la punta delle dita. Lasciar lievitare per circa 40/45 minuti.
Coprire l'impasto con la salsa di pomodoro, distribuire le olive taggiasche, i capperi dissalati, l'aglio a fettine sottili (oppure lasciato, secondo disciplinare, intero e "vestito") le acciughe precedentemente dissalate, sciacquate ed asciugate delicatamente, una spolverata di origano ed infine irrorare con olio extravergine di oliva.
Cuocere in forno preriscaldato a 210° per circa 25 minuti.
Sfornare ed aggiungere ancora una spolverata di origano ed un filo d'olio extravergine di oliva a crudo.

Nota
Dopo aver dissalato le alici le ho disposte intere sull'impasto, ma è un mio gusto personale. Perlopiù, le acciughe vengono divise in due filetti.



Questa ricetta è presente anche su Zena a Toua, l'ampio e completo sito regionale dedicato alla cultura enogastronomica ligure.



lunedì 18 aprile 2016

Pollo alla Cacciatora con Olive Taggiasche e Pinoli Tostati. Il sapore dei ricordi per il Calendario del Cibo Italiano.

Tra i ricordi più belli e nitidi che ho della mia infanzia, ci sono le lunghe estati trascorse in campagna. Di quegli anni rammento i momenti spensierati, i giochi all'aria aperta, le giornate dal clima fresco ed il cibo genuino. 
Indelebile nella memoria l'appuntamento quotidiano delle 19 con il ritiro del latte appena munto, le meravigliose verdure dell'orto, la vigna, l'uva dolcissima. 
E poi l'albero delle pesche, sugose e dolci, le uova freschissime, le galline ed i polli che nonna faceva razzolare nell'aia.
Non ricordo con particolare fastidio il momento in cui nonna decideva di eliminare uno dei volatili. Ero bimba, fin dalla prima infanzia trascorrevo lì tutto il periodo delle vacanze estive e quel rito mi sembrava naturale, nonostante abbia sempre evitato di assistervi. 
Poi, quei polli dalla carne tenera finivano sulla nostra tavola, ogni volta cucinati da mamma in maniera diversa. 
Il Pollo alla Cacciatora è il piatto che le mie papille gustative rammentano con maggiore e struggente malinconia. 
Un piatto che adoro e che, come molti altri celebrati dalla splendida iniziativa promossa dalla Associazione Italiana Food Bloggersono tornata a cucinare grazie al Calendario del Cibo Italiano e alla Giornata Nazionale dedicata a questo piatto della tradizione, oggi celebrato dall'ambasciatrice Elena Castiglione, autrice del blog Chez Entity
Sono contentissima, quindi, di contribuire con la versione classica del Pollo alla Cacciatora, al quale ho voluto regalare l'aroma inconfondibile delle Olive Taggiasche e la croccantezza dei pinoli tostati, omaggiando così anche i profumi della mia Liguria.

Buona settimana a tutti!

Maria Grazia





Ricette Pollo

venerdì 1 aprile 2016

Orata Gustosa al Cartoccio. Il mio Contributo per il Calendario del Cibo Italiano per la Giornata Nazionale del Pesce al Forno.

Il pesce. Un alimento preziosissimo, salubre e gustoso. Ormai tutti  ne conosciamo le indispensabili proprietà nutritive ed organolettiche.
Attraverso l'Ambasciatrice di questa Giornata, Enrica Gouthier, autrice del blog Il Sole in Cucina, il Calendario del Cibo Italiano AIFB celebra oggi questo inestimabile tesoro del mare e lo fa con un esauriente articolo dedicato alla cottura al forno.
La storia ci racconta che, prima dell'avvento dell'agricoltura, a causa della migrazioni degli animali selvatici e dell'imprevedibilità del clima, il pesce fu la fonte più affidabile di proteine e grassi nell'alimentazione degli uomini preistorici. Inoltre, la sua carne era tenera per natura e richiedeva pochissima cottura.
Non sorprende, quindi, che con l'evoluzione delle civiltà, le prime comunità avessero costruito le loro dimore lungo i fiumi o sulle rive di laghi e oceani.
Dalle raffigurazioni tombali si deducono le tecniche di pesca, (in particolare quella con le reti a strascico o fisse) della pulitura del pesce ed i diversi sistemi di conservazione. I ricchi Egiziani e Babilonesi disponevano inoltre di vivai ottenuti deviando il corso delle acque in bacini nei quali allevavano pesci e molluschi.
Durante l'età greca, il pesce veniva venduto nell'agorà, fresco o affumicato, a prezzi più o meno costosi. 










Della gastronomia di quel tempo, abbiamo preziosa testimonianza attraverso Ateneo, un grammatico greco del II secolo d.c. che visse a lungo a Roma durante l'impero di Marco Aurelio e Settimio Severo.
Nella sua opera in quindici volumi, Deipnosophistarum sive coena sapientium, riporta alcuni frammenti della letteratura gastronomica di Archestrato, poeta epicureo vissuto in Grecia nel IV secolo a.c., fornendo notizie interessanti sulle modalità di preparazione del pesce. Il tonno, ad esempio, veniva tagliato a pezzi ed arrostito, salato, irrorato d'olio e fatto infine marinare in una salamoia piccante. L'orata  veniva arrostita, spruzzata d'aceto e condita con un filo d'olio.










Molto più avanti nel tempo, nel Medioevo, potere e ricchezza sono legati alla proprietà terriera. E' un' epoca in cui i nobili, i guerrieri, i forti mangiano carne ed i ricchi possiedono terre e mandrie. Le risorse del mare vengono consumate, appunto, solo nei giorni di magro e sono pesci grandi, come branzini e sparidi. I pesci popolari, quelli pescati in grande quantità, come sgombri e acciughe, non sono graditi a nobili ed aristocratici.
Ai giorni nostri, siamo consci di quale preziosa fonte di Omega3 e grassi insaturi sia quella categoria di pesce definito povero. Sgombri, sardine, alici, aguglie, oltre ad essere particolarmente saporiti, costituiscono una fonte indispensabile di proprietà benefiche. 
E siamo anche consapevoli della grande ricchezza che arriva dai nostri mari, che ci regalano molteplici varietà ittiche da portare in tavola e da cucinare in svariate versioni. Orate, branzini, ombrine, occhiate, dentice... quali tesori abbiamo a disposizione!

Celebriamo, quindi, questa gustosa Giornata, parlando della cottura al forno del pesce, che è poi il tipo di cottura che prediligo. Minimo sforzo, massimo risultato.
Oltre ad essere un alimento decisamente salubre, il pesce non necessita di lunghe permanenze sul fuoco, che peraltro comprometterebbero la tenerezza ed il sapore della sua carne.
Sono comunque da non trascurare alcuni accorgimenti che consentano di consumare un piatto finito gradevole e gustoso, ricordando che la pezzatura più adatta per questo tipo di cottura va dai 500 g al chilo ed è consigliabile cucinare interi i pesci che non superano il peso di due chili.




Pesce al forno. Le varianti.



Pesce arrosto

In questo caso, è consigliabile far precedere la cottura al forno da una marinatura con olio extravergine di oliva, succo di limone, aglio, prezzemolo e sale. Procedimento utile, in particolare, se si andranno a cucinare filetti o bocconcini di pesce che in questo modo si manterranno morbidi durante la cottura.
E' consigliabile impostare la temperatura del forno intorno ai 190°.
I pesci più adeguati per questo tipo di cottura sono diversi. Personalmente, ho una leggera preferenza per orata, branzino, salmone, ombrina e dentice. Ma sono ottimi anche sgombro, cernia, coda di rospo (o pescatrice), rombo, tonno e merluzzo.


La cottura in crosta di sale

Un metodo di cottura che utilizzo spesso, in quanto la crosta di sale trattiene aromi e profumi.
Dopo la pulizia del pesce si procede ad insaporirlo introducendo nel ventre aromi ed erbe.
Si ricopre il fondo di una pirofila con uno strato di sale grosso alto circa 3 cm, vi si adagia il pesce e si ricopre completamente con un altro strato di sale che, trasformandosi in un involucro compatto, durante la cottura in forno, manterrà inalterati gli aromi.
La temperatura ideale da impostare è di circa 200/210° per un tempo di cottura di circa mezz'ora. I pesci più adatti sono orata, dentice, cefalo, ombrina, sarago e branzino.
Un altro tipo di cottura in crosta è quella che prevede pasta per pane o brisée a formare un involucro che racchiude il pesce, ma la più pratica è decisamente quella in crosta di sale.


La cottura al cartoccio

Grazie a questo tipo di cottura, la carne del pesce mantiene la sua tenerezza ed i suoi principi nutrizionali. Inoltre, come nel caso della cottura al sale, viene evitata la dispersione di profumi e sapori. Per avvolgere il pesce, si utilizza un foglio di carta da forno o di alluminio per alimenti. Io utilizzo il primo, in quanto mi permette di aromatizzare il pesce con fettine di limone, cosa non consigliabile nel secondo caso, in quanto l'alluminio, a contatto con l'acidità dell'agrume, rilascia molecole tossiche. E' da qualche anno in commercio un particolare tipo di pellicola utile alla cottura al cartoccio, compatibile con gli alimenti e che pare ne preservi le proprietà organolettiche.
Nella cottura al cartoccio, il pesce viene appoggiato sul foglio di carta da forno, si condisce con olio extravergine di oliva, con aromi adeguati al tipo di pesce scelto (io utilizzo prevalentemente prezzemolo o basilico per orata e branzino ed aneto per il salmone) ed ingredienti quali olive taggiasche, pomodorini, alici sott'olio, code di gambero, etc.
Si bagna il pesce con poco vino bianco secco, dopodiché si chiude il foglio ripiegandone più volte i bordi in modo da evitare che i liquidi fuoriescano durante la cottura.
Spesso definisco questa preparazione Il Sontuoso Salvacena perché, con una corsa in pescheria e con ciò che c'è in frigorifero e in dispensa, si riesce ad organizzare una superba cena fuori programma con pochissimi ingredienti.

Ed ecco quindi il mio contributo alla Giornata Nazionale del Pesce al Forno. Una semplicissima ma gustosa Orata al Cartoccio. L'orata è un pesce magro. Cento grammi di prodotto apportano 95 calorie. La carne è soda, ma elastica e morbida, il sapore delicato ed al contempo saporito.
Se tra il pescato del giorno non è presente l'esemplare selvatico, acquisto orate allevate in mare aperto. Un prodotto di ottima qualità e ad un prezzo ragionevole. Nella mia regione esiste una struttura di questo tipo al largo di Lavagna, tra Sestri Levante e Portofino. In questo tratto di mare, orate e branzini crescono in acque cristalline e le procedure di allevamento permettono condizioni naturali di vita del tutto simili a quelle degli esemplari selvatici, rispettando il metabolismo naturale dei pesci. E' infatti completamente esclusa la somministrazione di additivi per la crescita e di antibiotici. I pesci vengono alimentati con farine e olio di pesce e nella fase finale della loro crescita si nutrono esclusivamente di mitili, ricci di mare, etc, che attecchiscono naturalmente all'impianto. La loro alimentazione è assolutamente priva di contaminanti e OGM. Il prodotto finale è quindi di altissimo livello dal punto di vista nutrizionale ed organolettico.



Fonti:

Sapori di Mare. Rivista Coop del 1999
Giovanni Rebora, La Civiltà della Forchetta. Ed. Laterza
Il Giornale del Cibo
AquaLavagna.it






Piatti di Mare


martedì 16 febbraio 2016

Calendario del Cibo Italiano. Oggi si celebra Sua Maestà Il Brasato al Barolo.

Il Calendario del Cibo Italianoprogetto targato Associazione Italiana Food Blogger, dedica la Giornata di oggi al Brasato al Barolo, uno dei piatti più noti ed apprezzati della varia e ricca cucina piemontese. Ne è Ambasciatrice Marina Bogdanovic, autrice del blog Mademoiselle Marina.
Il Brasato è una vera e propria istituzione in Casa MG, la vera star della stagione autunno/inverno, corroborante per eccellenza nelle giornate più fredde.
Sebbene la mia cucina abbia più o meno quotidianamente un'impronta prettamente ligure, questo apprezzatissimo classico della Cucina Piemontese è spesso protagonista di pranzi o cene invernali. Un'armonia di sapori che cucino utilizzando carne di Fassona Piemontese, bovino dalla carne magra e gustosa che esprime al meglio la territorialità del piatto. Ancora oggi viene allevato secondo tradizione, rifuggendo da modelli di produzione intensivi.
Uno dei tagli di prima scelta più adatti alla preparazione del Brasato è lo Scamone, una parte piuttosto magra del bovino che è preferibile, quindi, lardellare prima della cottura. Tra i tagli di seconda scelta, (forse i migliori per questa preparazione) ottimo è il Cappello del Prete
Morbido e saporito, rimane tenerissimo nonostante la lunga cottura.
Infatti, i tagli di seconda categoria sono ricchi di tessuti connettivi che, sciogliendosi, conferiscono alla carne particolare morbidezza.
Il vino, ovviamente, è quello più famoso della regione, il corposo, vellutato Barolo, elisir dall'intenso profumo, prodotto da uno dei vitigni più pregiati al mondo, il Nebbiolo
Eventualmente si può sostituire con vini piemontesi altrettanto corposi e non troppo giovani, come quello originato dallo stesso vitigno, il Barbaresco.
La tecnica di cottura del Brasato ha origine antichissime. Parrebbe, infatti, riconducibile al periodo romano quando non esistevano sistemi di conservazione e la carne veniva immersa nel vino con erbe aromatiche e verdure. 
Il termine brasare deriva da brace e rimanda ad un periodo in cui la cucina aveva come strumento principale di cottura il camino.
Nella cucina rinascimentale la brasiera funzionava da vero e proprio forno. Le vivande si cuocevano sulla brace più o meno viva ed era uso metterne un po' anche sul coperchio dei recipienti che solitamente aveva una forma concava, adeguata, quindi a questa particolare cottura. In questo modo, la carne cuoceva cottura contemporaneamente sopra e sotto, grazie ad una diffusione uniforme del calore.
Oggi, nella cucina professionale, la brasatura si fa con un recipiente apposito, la brasiera appunto. Questo utensile dalla forma ovale o rettangolare può essere di rame o alluminio e le sue dimensioni dovrebbero corrispondere a quelle della carne.
Nella cucina di casa può andare bene una casseruola di terracotta piuttosto grande o ancor meglio in ghisa, anche se quest'ultima non ha un prezzo proprio modico. Ma se si amano particolarmente  i brasati e si cucinano con frequenza, può essere un investimento da prendere in considerazione.
La carne macera nel vino tutta la notte o per almeno mezza giornata insieme agli odori, poi viene stufata nel Barolo in cui è rimasta a marinare. La cottura è lenta e alla fine il Brasato avrà assorbito tutti gli aromi conferiti dal vino, dalle erbe e dalle spezie.

Per la Giornata dedicata dal Calendario del Cibo Italiano AIFB al Gran Piatto della tradizione piemonteseho il piacere di ripubblicare la ricetta di casa, il Brasato che sono solita cucinare non solo nelle occasioni importanti.
Escludo le spezie dagli ingredienti a causa di una leggera intolleranza, ma il piatto rimane in ogni caso profumatissimo e saporito.


Fonti:

- Grande Enciclopedia Illustrata della Gastronomia, di Marco Guarnaschelli Gotti, ed. Feltrinelli.
- Cuochi si diventa, di Allan Bay, ed. Feltrinelli.
- 1001 Specialità della Cucina Italiana da provare almeno una volta nella vita, di Amparo Machado,   Chiara Prete, ed. Newton Compton.






Ricetta Tipica. Brasato al Barolo




Il Brasato al Barolo


Ingredienti
(per 4 persone)

1 kg di carne di manzo
(taglio magro: scamone; semigrasso: sottopaletta o cappello del prete, tenero e dal gusto deciso. Se reperibile, è preferibile utilizzare carne proveniente da bovini di Fassona Piemontese)
2 carote
2 coste di sedano
1 cipolla rossa
1 rametto di rosmarino 
3 foglie di alloro 
1 spicchio d'aglio
circa un litro di Barolo (bene anche Barbaresco)
3 cucchiai di olio extravergine di oliva
sale







Lasciare la carne immersa nel vino per almeno una notte (io la lascio dodici ore) ed in una capiente ciotola insieme alle verdure mondate e alle erbe tenute insieme con refe da cucina.
Coprire il recipiente con un foglio di pellicola (avere cura, quando possibile, di girare più volte il pezzo di carne che non sarà completamente immerso nel vino ma irrorato).

La mattina seguente estrarre la carne dalla ciotola, scolarla dalla marinata ed asciugarla delicatamente con carta da cucina. Rosolarla in un tegame dal fondo antiaderente ed in tre cucchiai di olio extravergine di oliva. Nel frattempo, tagliare a dadini le carote ed il sedano, a fettine sottili la cipolla rossa. Quando la carne sarà ben dorata, estrarla dal tegame e trasferirla su un piatto da portata Rosolare nel tegame per qualche minuto le verdure e le erbe.

Rimettere la carne nella casseruola insieme alle verdure, unire il sale e versare il vino della marinatura.
Alzare leggermente il fuoco per portare ad ebollizione, dopodiché abbassare al minimo e cuocere coperto, e per almeno tre ore, girando regolarmente la carne. A fine cottura, togliere il brasato dal tegame, lasciarlo intiepidire e tagliarlo a fette.
Eliminare le erbe e filtrare il fondo di cottura insieme alle verdurine.

Verificare che il fondo sia sufficientemente denso. In caso contrario, frullarlo con il mixer ad immersione fino ad ottenere una salsa densa che verrà versata sul brasato affettato e disposto su un piatto da portata.
Accompagnare con purè di patate o con la classica polenta.


venerdì 15 gennaio 2016

Maniche al Forno con Salsiccia e Robiola di Roccaverano ai Tre Latti. Calendario del Cibo Italiano AIFB: Giornata Nazionale della Salsiccia.

Quanto può gratificare, in una gelida giornata invernale, un gustoso piatto di salsiccia servita con una fumante porzione di polenta? Oltre il palato, non ne giova forse anche l'umore?
Per quanto mi riguarda, devo confessarvi che, in barba ai miei perenni contrasti con il colesterolo LDL, mi faccio questa concessione anche quando la temperatura non è particolarmente rigida.

L'origine del succulento insaccato non è ben definita. Le ipotesi sono molteplici.
La provenienza potrebbe essere lombarda, secondo una tradizione che attribuirebbe la sua creazione alla sovrana longobarda Teodolinda. Alcuni collocano la sua nascita in Veneto, altri in Lucania (l'antica Basilicata). E da Lucania a luganega, il nome tradizionalmente attribuito all'insaccato, il passo è brevissimo. E potrebbe essere pertanto questa l'ipotesi più accreditata (la ricetta tipica della luganega vede tra gli ingredienti, anice, finocchietto e peperoncino).
Ad oggi, dal Settentrione al Meridione, e Sud, troviamo diverse varietà di salsiccia.
Del Nord Est e di origini che risalgono al sedicesimo secolo, è la polesana. Per la sua realizzazione le parti meno nobili del maiale (polmoni e fegato), vengono impastate con carni migliori avanzate dalla produzione di soppresse e salami. A queste si uniscono cotenna e rapa gialla.
In Lombardia si apprezzano, in particolare, la luganega di Monza, con grana padano, brodo di carne e marsala e la Salamella di Mantova, semplice e dal sapore delicato.
Meno conosciute, forse, ma ugualmente gustose, sono le liguri, ovvero la Salsiccia di Ceriana, con rosmarino e peperoncino e quella di Pignone, con cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Impossibile dimenticare, per quanto riguarda il Piemonte, la rinomatissima Salsiccia di Bra, un misto di carne suina e carne magra di bovino. Nelle provincia biellese ed in quella di Vercelli, troviamo invece la Salsiccia di Riso, con cotiche, sangue di maiale, vino, succo d'aglio e, appunto riso.
In Emilia, l'insaccato si fa meno grasso e più delicato. Una particolare citazione merita la Salsiccia Matta, tipica dell'Appennino Tosco Emiliano, oggi reperibile unicamente in realtà produttive molto legate al territorio.
In Umbria, prevale l'utilizzo di carni grasse. Nel Lazio, la più conosciuta è la Salsiccia al coriandolo di Monte san Biagio, con peperoncino dolce e vino rosso.
In Puglia compaiono la Zampina barese e la Cervellatta di Toritto, preparate con carne bovina e suina e con l'aggiunta di pecorino, passata di pomodoro, prezzemolo e basilico.
A Napoli, protagonista è la cervellatina ed in Sicilia vale la pena citare la Pasqualora del Trapanese, nella quale a peperoncino e finocchietto, si aggiungono vino bianco e pepe nero.
In Calabria, ad aromatizzare l'impasto della sasizza, accanto al peperoncino dolce compare quello piccante.
(fonte, La Cucina Italiana)

Il Calendario del Cibo Italiano celebra oggi l'estasiante bontà (concedetemi il pertinente aggettivo che riporta ad un piacere assoluto) della salsiccia attraverso colei che ne è ambasciatrice, ovvero Raffaella Caucci, autrice del blog Profumo di Cannella  e lucana doc.
Il mio omaggio arriva attraverso il saporito condimento di un profumatissima pasta al forno, nella quale l'insaccato si accompagna ad una gustosa ma non prevaricante Robiola di Roccaverano Dop.

Buon fine settimana!

Maria Grazia







venerdì 8 gennaio 2016

Giornata Nazionale della Polpetta. Il Calendario del Cibo Italiano celebra un mito.

Il Calendario del Cibo Italiano dedica la giornata di oggi alle mitiche, intramontabili ed irrinunciabili Polpette. Che esse siano di carne, di pesce, di verdure, di legumi, di riciclo (e queste ultime danno spesso risultati eccellenti), l'imbarazzo della scelta mette davvero in difficoltà.
Indiscutibilmente sublimi, hanno una  realizzazione perlopiù facile e veloce. 
Così scriveva Pellegrino Artusi, nel 1881, ne La Scienza in Cucina e l'Arte di Mangiar Bene: 
" Non crediate che io abbia la pretensione d'insegnarvi a far le polpette. Questo è un piatto che tutti lo sanno fare cominciando dal ciuco, il quale fu forse il primo a darne il modello al genere umano. Intendo soltanto dirvi come esse si preparino da qualcuno con carne lessa avanzata; se poi le voleste fare più semplici o di carne cruda, non è necessario tanto condimento. tritate il lesso colla lunetta e tritate a parte una fetta di prosciutto grasso e magro per unirla al medesimo. Condite con parmigiano, sale e pepe, odore di spezie, uva passolina, pinoli, alcune cucchiaiate di pappa fatta con una midolla di pane cotta nel brodo o nel latte, legando il composto con un uovo o due a seconda della quantità..."
L'Ambasciatrice che oggi rende omaggio a questo mito imperituro della nostra cucina, è Elena Castiglione, autrice del blog Chez Entity.
Cliccando su questo link potrete leggere il suo splendido post.
Io do il mio contributo ripubblicando la ricetta di uno dei piatti per il quale, in famiglia, ci si affronta in un duello all'ultima polpetta.
E' una versione dal profumo intenso e deciso, attraverso la quale ho voluto rendere omaggio all'Alta Badia ed alle sue straordinarie montagne. Un luogo che da molti anni mi è entrato nel cuore e che considero ormai la mia casa.
Nell'impasto di queste polpette, infatti, sono presenti il tipico, profumatissimo speck ed una magnifica ricotta affumicata dal sapore intenso. 
Buon week-end!


Maria Grazia





polpette di carne




Polpette Affumicate al Finocchietto



Ingredienti
(per 6 persone)

800 g di carne tritata di vitellone (Fassona Piemontese)
70 g di speck Alto Adige IGP
30 g di ricotta affumicata di bufala
1 uovo intero grande
1/2 bicchiere di latte parzialmente scremato
1 cucchiaio da tavola di semi di finocchietto
600 ml passata di pomodoro biologica
10 g di sale
1 cucchiaino scarso di zucchero









In un largo tegame, scaldare la polpa di pomodoro ed unirvi un cucchiaino di sale ed uno scarso di zucchero per regolare l'acidità del pomodoro. 

In una ciotola introdurre la carne macinata, lo speck tritato il più finemente possibile, la ricotta affumicata grattata con una grattugia a fori grossi, il latte (per la quantità di quest'ultimo regolatevi, comunque,  a seconda della consistenza che volete dare alle polpette, vale a dire più morbida o più soda), l'uovo intero ed il sale.

Aggiungere i semi di finocchietto ed amalgamare bene il composto. 

Formare le polpettine e, non appena la passata di pomodoro inizierà a sobbollire, unirle al sugo. Cuocere per circa 30/40 minuti.




polpette




venerdì 1 gennaio 2016

Buon Anno con Il Calendario del Cibo Italiano. 366 giorni con un patrimonio inestimabile.

Oggi, primo giorno dell'anno, prende ufficialmente forma Il Calendario del Cibo Italianouno straordinario ed entusiasmante progetto targato AIFB, l'Associazione Italiana Food Blogger di cui anche io faccio parte. 
Da oggi al 31 dicembre, in 366 giornate e 52 settimane nazionali, si celebreranno i prodotti ed i piatti più tipici del nostro territorio, scelti sulla base della loro diffusione e dei loro legami con la cultura popolare italiana. Un omaggio alla tradizione, alle straordinarie ed innumerevoli eccellenze nazionali, ma anche alle tecniche che si tramandano nel tempo e con il fine ultimo di preservare e tutelare quello che è l'immenso patrimonio della Cucina Italiana.
Oggi è la Giornata Nazionale delle Lenticchie e ne è ambasciatrice Maria Greco Naccarato, autrice del blog Kitchen in the City. A questo link potrete trovare il suo post dedicato al prezioso legume.
Io contribuisco con la ripubblicazione della ricetta di uno dei piatti che più amo e che più sovente preparo nella stagione fredda. 
E' una classica e salubre zuppa dal profumo intenso, che rimanda a deschi e ad atmosfere antiche.

Buon Anno!

Maria Grazia













Tubini in Zuppetta di Lenticchie al profumo di Funghi e Zafferano



Ingredienti
(per due persone)

150 g di pasta formato tubini (o altro formato di piccole dimensioni)
160 g di lenticchie (preferibilmente IGP di Castelluccio di Norcia *)
20 g di funghi porcini secchi
30 g di cubetti di prosciutto crudo di Parma
1 bustina di zafferano
1 piccolo pomodoro fresco o un cucchiaio di passata biologica
1 carota, 1 gambo di sedano, 1 scalogno per il soffritto
1 carota, 1 gambo di sedano, 1 piccola cipolla, 1 patata (per il brodo vegetale)
1 rametto di rosmarino
1 spicchio d'aglio
2 cucchiai di olio extravergine di oliva
sale










Lasciare i funghi secchi in ammollo per circa 20 minuti. Nel frattempo, preparare il brodo vegetale con carota, sedano, cipolla, una piccola patata ed un litro e mezzo d'acqua.
Tritare carota, sedano e scalogno e rosolarli, in un tegame dal fondo antiaderente ed in due cucchiai di olio extravergine di oliva, insieme al prosciutto crudo e al pomodorino tagliati a dadini. Sciacquare le lenticchie, unirle al soffritto, coprirle con parte del brodo vegetale, aggiungere il rametto di rosmarino e lo spicchio d'aglio, avendo cura di toglierli dopo qualche minuto di cottura e salare. Cuocere le lenticchie a fuoco lento e per circa 25 minuti. Unire i funghi ammollati e tagliati a fettine, la pasta e lo zafferano precedentemente sciolto in poco brodo vegetale.
Continuare la cottura fino a che i tubini non saranno cotti al dente, aggiungendo, eventualmente, del brodo vegetale (non molto, se preferite la zuppa, come me, non troppo brodosa).
Servire la zuppetta calda.

Nota

La Lenticchia di Castelluccio ha origini antichissime e viene coltivata sui piani carsici di Castelluccio all'interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, ad un'altitudine di circa 1500 metri.
A differenza di altri legumi, che necessitano di un trattamento per scongiurare l'attacco del tonchio, (un insetto le cui larve si nutrono, appunto, di legumi), la lenticchia di Castelluccio IGP è preservata dal clima rigido in cui nasce.
Fonte preziosissima di proteine, vitamine, fibre e sali minerali, la lenticchia di Castelluccio ha una buccia molto sottile e tenera che fa sì possa essere cotta senza essere precedentemente ammollata.

lunedì 29 giugno 2015

Blogger Tour AIFB 2015 a Castelvetro. Emozioni, tradizione, storie di famiglia.

A due settimane dal mio rientro dal blog tour sulle colline Modenesi, impeccabilmente organizzato dall'AIFB Associazione Italiana Food Blogger, il ricordo di quei tre giorni è più vivo che mai.
Ogni singola visita ed ogni singolo incontro di questo percorso tra le eccellenze dell'enogastronomia modenese, è stato per me ed i food blogger che vi hanno partecipato, foriero di conoscenza e arricchimento.
Per questo motivo,  mi fa piacere ripercorrere con voi i momenti di questa esperienza straordinariamente istruttiva.






Colline Modenesi








Scelte Bio sulle Colline di Modena


Le colline modenesi ed i loro sconfinati vigneti ci accolgono, il pomeriggio di venerdì 12 giugno, con i loro colori morbidi e nel contempo accesi. 
Il nostro tour parte da Castelvetro, nel cuore dell'Emilia Romagna, tra Modena e Bologna, sulle prime colline dell'Appennino Modenese e a 147 m. sul livello del mare. 
Il suo straordinario centro storico domina il fiero e dolce paesaggio collinare. 
Recentemente, attraverso diverse ristrutturazioni, si è data nuova luce alle strette vie del borgo, alle piazze, agli edifici ed alle torri del centro storico. Nel 2003, Castelvetro ha ricevuto un prestigioso riconoscimento del Touring Club Italiano, che lo ha inserito tra le Bandiere Arancioni.
Per il gruppo AIFB, la prima tappa è il Bed & Breakfast nel quale alloggeremo, Aldina Pane e Burro, una villetta deliziosa dove si respira immediatamente aria di famiglia. Una costruzione incantevole e curata nei minimi dettagli, appartenuta alla nonna dell'attuale padrona di casa, Giorgia, che ci accoglie come fossimo amici da sempre e che ci mostra i deliziosi locali dell'abitazione, tra i quali la preziosa acetaia di famiglia, adiacente alla sala colazione.
Sistemati i nostri bagagli nelle rispettive camere e dopo una rapida rinfrescata,  partiamo per dare il via al nostro Blog Tour.









Aldina Pane e Burro, l'Acetaia di famiglia



Bicér Pîn Boutique Gourmet

La prima sosta ed primi approcci con i grandi protagonisti della straordinaria tradizione enogastronomica di questo territorio, li facciamo al Bicér Pîn Boutique Gourmet, raffinata enoteca situata nel suggestivo centro storico di Castelvetro e a due passi dal simbolo del paese, la Torre dell'Orologio, costruita tra l'XI ed il XII secolo.  
Qui, accolti da una atmosfera dal suggestivo sapore antico, iniziamo il nostro percorso di degustazione con la giovane e competente  Ludovica Forghieri che, attraverso un'illuminante lezione di degustazione, ci trasmette la sua cultura,  il suo entusiasmo e la sua passione per gli inestimabili tesori enogastronomici del territorio.
Il primo assaggio è dedicato al Pignoletto bianco e frizzante secco dell'Azienda Agricola La Cavaliera, che coltiva i vigneti di proprietà con metodo biologico.
Di questo vino ammiriamo la limpidezza, il colore giallo dorato e la bollicina fine. 
Deliziati dalla sua freschezza e dall'aroma di frutta bianca, lo degustiamo nel tradizionale abbinamento con la mortadella bolognese. 
Il retrogusto amarognolo del Pignoletto viene perfettamente bilanciato dalla dolcezza della mortadella. 
Ludovica ci suggerisce inoltre abbinamenti con piatti di verdure, frittate e preparazioni a base di pesce.




















Il secondo assaggio vede come protagonista un magnifico Rosato di Lambrusco Grasparossa, che si fregia del titolo Il Principe di Castelvetro, prodotto con una breve e lenta macerazione delle bucce d'uva.
Il suo colore è brillante ed il suo aroma di frutta rossa acidula inebria l'olfatto.
Gustandolo, se ne percepisce la freschezza, accompagnata da una gradevole sapidità.
L'abbinamento perfetto è con un meraviglioso salume di nicchia, il  prosciutto crudo di Modena DOP, prodotto nelle Valli del Panaro e con una stagionatura di 15 mesi.
Dal profumo dolce e dall'aroma di lieviti determinato dalla stagionatura, delizia il nostro palato con un perfetto equilibrio tra sapidità e dolcezza. Un sorso di Rosato di Lambrusco Grasparossa, asciuga perfettamente la grassezza del salume.












Infine, Sua Maestà,  il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Secco Frizzante. il cui vitigno, in autunno, colora le colline modenesi di rosso intenso.
Vino dalla tonalità porpora e con riflessi rubino, all'olfatto presenta un'aroma di frutti di bosco, ma ricorda anche la confettura di ciliegie, rimandando, in un secondo tempo, ad un sentore di viola e rosa rossa.
Al gusto se ne percepiscono la secchezza, la morbidezza, la persistente e delicata effervescenza.
Si sposa straordinariamente con le tradizionali tigelle, il pollo alla cacciatora e molti dei piatti del territorio.
Piacevolissimo l'abbinamento con il parmigiano reggiano 24 mesi, formaggio dalla granulosità spiccata, dagli inebrianti aromi di frutta secca e dal sentore di brodo.
Degustandolo, percepiamo un sapore dapprima dolce, poi più sapido. Infine una leggera e piacevole nota amarognola.
Sul parmigiano non può mancare una goccia morbida e delicata di aceto tradizionale balsamico de La Vecchia Dispensa costituito esclusivamente da mosto d'uva cotto e aceto di vino.



















La serata prosegue in un'atmosfera di piacevole convivialità, deliziata da un magnifico ed innovativo aperitivo, un sorprendente mojito nel quale l'aceto balsamico sostituisce il lime e lo zucchero di canna. Lo accompagna un irresistibile e ricco buffet all'aperto, allestito nel cortile interno del locale.














Poi il rientro al B&B, per un sonno ristoratore e preparatorio all'intensa attività del giorno successivo.























Azienda Agricola Santa Chiara


Sabato mattina, dopo l'abbondante e genuina colazione preparata dalla deliziosa Giorgia e da suo marito Roberto, saliamo a bordo del pulmino guidato dal buon Roldano.
La destinazione è l' Azienda Agricola Santa Chiara, nella splendida zona collinare di Levizzano Rangone, l'antico borgo medioevale a pochi chilometri a sud di Castelvetro.
Qui, Marco Ciancio e la sua famiglia si dedicano alla produzione di laurino (liquore tipico delle colline modenesi che si ottiene dalle bacche di lauro), fragolino, mirtillino, aceto balsamico tradizionale di Modena e grappa di Moscato Bio.
Ma è il Nocino il prodotto di punta (dai 10.000 ai 15.000 litri annui) dell'azienda.
Una produzione con tecnica di lavorazione manuale che va dai 10.000 ai 15.000 litri annui.
Il liquore è un ottimo digestivo dal sapore piacevolmente amarognolo che viene invecchiato per almeno 24 mesi in botti di rovere.
Nella produzione del nocino,  non vengono utilizzati aromi. Chiodi di garofano o cannella, ad esempio, andrebbero a contrastare il meraviglioso e particolare profumo delle noci.
Gli alberi di noce sono circa 1800 e, dal 2003, l'Azienda produce malli provenienti da agricoltura biologica secondo i disciplinari e la tradizione. L'Azienda Agricola Santa Chiara è stata inoltre la prima impresa della provincia modenese ad essere alimentata da un impianto fotovoltaico.
Oltre che dalla degustazione del Nocino Classico, ci deliziamo con l'assaggio del Nocino Riserva Speciale, nella cui preparazione non è viene utilizzata acqua.
Invecchiato in botti di rovere per cinque anni, si impreziosisce di particolari e persistenti aromi, apprezzati dai palati più esigenti.































Marco Ciancio, Azienda Agricola Santa Chiara


                     











Azienda Agricola Punto Verde

Dopo una apprezzatissima degustazione di nocino dal sapore intenso e persistente, eccoci di nuovo in viaggio.
Questa volta la metà è l' Azienda Agricola Punto Verde, situata sulle colline di Savignano sul Panaro, la zona di produzione della ciliegia tipica di Vignola.
La visita avviene nell'ora più calda della giornata, ma la mia leggendaria intolleranza alla calura estiva sembra svanire di fronte all'incanto della campagna di questa azienda che lavora unendo alla tradizione le più evolute tecniche dell'agricoltura biologica, coltivando dieci ettari di terreno illuminati dai colori accesi della frutta: ciliegie, duroni amarene, mele, pere, albicocche, pesche.
Ci accoglie l'incantevole ed entusiasta Chiara, che ci racconta l'antichissima tradizione agricola della famiglia Castiglioni che ha saputo mantenere intatta nel tempo la passione per la terra ed il profondo rispetto per la natura. 
Tutto questo si è tradotto in una coltivazione che non perde mai di vista la preservazione dell'ambiente, facendo in modo che la frutta e la verdura coltivata mantengano integri il loro sapore e colore.
Il nostro percorso inizia tra i ciliegi, illuminati dal rosso acceso dei loro frutti. Pura poesia.
Mentre cammino, cerco di immaginare il colore dei frutteti durante la fioritura e ricordo di aver recentemente letto riguardo all'abitudine dei giapponesi di appostarsi sotto gli alberi per contemplare quello che chiamano Hanami, lo spettacolo dei ciliegi in fiore.
Ed altrettanto scenografica è l'immagine scintillante dei frutti che il signor Luigi, padre dell'attuale titolare dell'azienda, ci presenta mentre ci accompagna in questa passeggiata durante la quale, oltre ad essere incantati dagli alberi da frutta, gli alberi di amarene e dagli albicocchi, siamo rapiti dalle sue parole, attraverso le quali ci comunica tutta la sua passione per i sapori autentici ai quali molti si sono disabituati. Sapori che ritroviamo nei prodotti della sua coltivazione e poi nelle conserve che, al ritorno del nostro percorso tra i frutteti, ci aspettano al buffet preparato da Chiara. 
Definire  invitante l'accurato banchetto allestito, parrebbe riduttivo. 
Assaporiamo le salse, le mostarde, le confetture, declinate nei più svariati modi. Su una fetta di morbido pane di casa, sul parmigiano o come farcitura di una morbida crostata. 
Tutto superlativo. Io trovo meravigliosa la saporita ma incredibilmente delicata Mostarda di Cipolle Rosse e le particolarissime confetture di frutta, come la Confettura di Pesche alla Lavanda e la Confettura Extra di Mele alla Menta.
Tassativo, pertanto, far rientro a casa con un assaggio di cotanta genuinità. 
Immancabile, quindi, la sosta al fornitissimo spaccio dell'azienda per portare con noi il ricordo ed i sapori di un pomeriggio straordinario.
Per me, e per un paio di cari amici, scelgo i Fichi Caramellati all'aceto balsamico di Modena I.G.P., la particolarissima Confettura Extra di Mela e Menta ed i succhi biologici della linea Frullamela Bio.













































L'Antica Forneria in Centro


A questo punto, è opportuno dire, di dolcezza in dolcezza, perché per noi la tappa successiva è Vignola, patria della Ciliegia, ospiti di Serena Paioli, pastry chef dell' Antica Forneria in Centro.
Un locale raffinato e curatissimo dove si respira entusiasmo e passione. Qui, occhi e palato sono deliziati da un'infinità di golosi capolavori di pasticceria, presentati in modo attento e ricercato.
Serena, membro dell'Equipe Ufficiale Cuochi Emilia Romagna, ci accoglie con occhi brillanti ed un gioioso sorriso nel suo laboratorio, dove assistiamo ad uno show cooking unico.
Davanti ai nostri occhi, con gesti sicuri e delicati, prepara la Torta Ciliegina, capolavoro grazie al quale fu premiata alla Boscolo Etoile Academy.
Il dolce è una rivisitazione a sfondo cremoso della classica Torta Barozzi, alla quale Serena aggiunge una gelèe a base di ciliegie qualità Moretta. Con indicazioni chiare e precise ci illustra la preparazione del biscuit bagnato con il Rum, quella della gelèe alla ciliegia, della mousse al cioccolato al latte (35% di cacao, proveniente dal Sud Africa) e al cioccolato fondente (65% cacao, proveniente dal Peru), del croccante e delle nocciole immerse nel cioccolato fondente.
Una lezione di alta pasticceria caratterizzata da diversi, impegnativi e delicati passaggi, attraverso i quali Serena si muove con tutta la padronanza e la maestria che le vengono dall'esperienza e dal suo straordinario talento. Al suo fianco, Morena Uguzzoni, Chocolate Taster e Fabio Bassi, Maestro Sommelier che ci presenta il vino che accompagnerà la degustazione dell'opera di Serena, un Rosso Passito dell'Azienda Vitivinicola Mariotti.
Infine, il momento tanto atteso dalle nostre papille gustative.
L'affiatato team de L'Antica Forneria del Centro, ha preparato per noi la Torta Ciliegina monoporzione, un capolavoro di straordinaria bontà ma anche esteticamente incantevole e raffinato.
A decorare ogni porzione, la ciliegia dall'intenso color porpora, qualità Kordia, dal gusto succulento e dalla polpa particolarmente carnosa.














































Fattoria Moretto

Ci congediamo da Serena e dai suoi collaboratori intorno alle 18. 
Loris, che è il nostro accompagnatore del pomeriggio, si mette al volante per portarci alla Fattoria Moretto, azienda agricola biologica sulle colline di Castelvetro, un'azienda a conduzione famigliare, che ha ottenuto importanti riconoscimenti dalla critica enologica internazionale, con apprezzamenti anche oltreoceano.
Qui, con una degustazione che sarà solo il preludio alla luculliana cena, ci accolgono Fabio e Fausto Altariva, i fratelli che si occupano delle terre di proprietà e dei loro vigneti, con grande passione, impegno e con un occhio speciale alla valorizzazione del territorio.

Mentre Fabio e la signora Albertina si occupano di preparare per noi i piatti che degusteremo più tardi, Fausto ci accompagna all'imbrunire in un percorso affascinante attraverso i suoi vigneti che fondano su un terreno argilloso grazie al quale l'uva di queste colline acquisisce un'aromaticità unica.
Le vinificazioni sono in linea con l'agricoltura biologica e l'adeguato contenimento dell'impatto ambientale.
L'amore per il vino è una tradizione di famiglia dal 1971, anno in cui il signor Domenico, padre di Fausto e Fabio, acquistò il primo podere ed impiantò il primo vigneto di Grasparossa.
I vigneti di Lambrusco Grasparossa sono allevati su terreni argillosi a cordone speronato e guyot.
Passeggiamo rapiti dalle parole di Fausto che ci racconta tutto l'amore per la sua terra ed il suo vino.


























La successiva visita alle cantine prelude all'evento della serata che ci attende nell'accogliente e spaziosa sala degustazioni nella quale, su una grande parete rossa, spiccano le parole di apprezzamento che Luigi Veronelli dedicò all'Azienda Moretto.
Il nostro primo assaggio (ma definirlo tale è riduttivo) è un piatto di piccoli, perfetti tortellini fatti a mano dalla signora Albertina ed accompagnati da un bicchiere di Lambrusco Grasparossa Monovitigno.
Nel frattempo, Fabio ci prepara delle fragranti, morbide crescentine modenesi, conosciute anche con il nome di tigelle. Una sorta di focaccine tipiche della zona, il cui impasto è composto da farina, strutto (o olio extravergine di oliva), lievito, acqua e che questa sera vengono sfornate con l'apposita tigelliera in quantità industriale (e noi non abbiamo alcuna intenzione di limitarci...). 
In realtà, un tempo, tigelle erano definiti i dischi ottenuti dalla miscela di argilla e terra refrattaria amalgamati con acqua ed infine solidificati "cuocendoli" nella cenere ardente. 
Si soleva impilarli, roventi, alternandoli (maneggiandoli con una particolare pinza) ai dischi di pasta protetti ed aromatizzati da foglie di noce o di castagno. 
Le crescentine di casa Moretto sono deliziose, accompagnate dalla tipica cunza, un gustosissimo battuto di lardo, aglio e rosmarino, dai salumi tipici e, ovviamente, dai magnifici vini della Cantina. 




















La Vecchia Dispensa



L'ultimo giorno del nostro tour alla scoperta dei tesori del territorio collinare modenese, inizia con la visita all'acetaia de La Vecchia Dispensa, l'azienda della famiglia Tintori che produce aceto balsamico Dop ed Igp.
Il laboratorio ha sede in un elegante edificio del Quattrocento situato in piazza Roma, cuore del borgo medioevale, più nota come piazza della Dama, grazie alla particolare pavimentazione a scacchiera. Qui, ogni anno a settembre, si svolge la tradizionale "Dama Vivente", una vera e propria partita, nella quale persone vestite con abiti rinascimentali interpretano le pedine del gioco.
La famiglia Tintori, da quattro generazioni, porta avanti con estrema dedizione e passione ciò che di nonno in nipote è stato tramandato nel corso del tempo.
Simone Tintori, appartenente alla quarta generazione della famiglia, ci onora guidandoci all'interno della Torre delle Prigioni, la struttura rinascimentale situata sul lato ovest di piazza Roma.
Le sue solide mura sono lo scrigno prezioso che custodisce un tesoro inestimabile, l'acetaia di famiglia, conservata in questo antico carcere dagli anni settanta e divenuta nel tempo un'azienda conosciuta ed apprezzatissima anche all'estero.
Salendo le strette scale in pietra, siamo accolti dalle prime batterie di botti di aceto balsamico.
Ogni batteria è composta da cinque botticelle di capacità decrescente ed ognuna di esse porta il nome delle donne della famiglia. Una storia al femminile lunga quattro generazioni.
Un altra scala in pietra ci conduce all'ultimo piano, all'ampia stanza illuminata da quattro finestre che, una su ogni lato, si affacciano sulle colline.
Qui altre botti ci attendono per parlarci ancora di momenti preziosi.
Continuiamo così, grazie al racconto di Simone, il nostro viaggio a ritroso nel tempo, per ritrovarci in un'epoca in cui il prestigio di una famiglia si misurava attraverso il numero di batterie di botticelle di aceto balsamico.
La tradizione voleva che, per ogni  bimba venuta alla luce, fosse avviata una nuova batteria di botti che anni dopo avrebbe costituito la sua dote matrimoniale.
E' un po' come entrare in punta di piedi nella storia delle donne della famiglia. Un'emozione unica. 
Non meno affascinante e suggestivo è ciò che ci viene raccontato riguardo alla produzione dell'aceto balsamico.
L'ingrediente principale è il mosto cotto, con i suoi profumi ed i suoi aromi, cui si unisce l'aceto di vino. Null'altro.
La prima caratteristica che indica la qualità di un aceto balsamico, è il colore, che deve essere rosso rubino. Fondamentale il bouquet di aromi e fragranze sprigionato dalle botti, provenienti da legni diversi. Si va dal rovere al castagno e al ciliegio, dal gelso al ginepro che nel corso del tempo rilasceranno tutti i loro profumi
Il loro equilibrio è importantissimo. I profumi, nel prodotto finale, devono esserci tutti, ma non devono essere singolarmente riconoscibili.
Infine, Simone ci introduce alla degustazione dei cinque gradi di invecchiamento dell'aceto balsamico, premettendo che zuccheri, profumi ed acidità sono gli aspetti da considerare.
Fondamentale sarà percepire il profumo al naso, gli zuccheri al palato e il grado di acidità nella gola.
Quanta storia, quanta passione, impegno e lavoro in una goccia di aceto balsamico de La Vecchia Dispensa!
























Simone Tintori, La Vecchia Dispensa
















Bicér Pîn Boutique Gourmet  Scuola di Cucina - La Sfoglia 

Ancora inebriati dai profumi e dalla storia respirati durante la visita all'acetaia della famiglia Tintori, io ed i miei compagni di viaggio ci  dirigiamo ancora una volta al Bicer Pîn, l'enoteca a pochi passi da Piazza della Dama, che ci ha ospitato per la prima degustazione di questo Blog Tour. 
Lì ci attende una gentilissima signora, una vera sfoglina, pronta a svelarci i segreti di una pasta sfoglia perfetta. Insieme a lei prepareremo i classici tortelloni ripieni di ricotta e spinaci, tipici della tradizione modenese. 
Mi piacerebbe moltissimo preparare più spesso la pasta fatta in casa, ma, per questioni di tempo, lo faccio raramente. Ed infatti, quando arriva il mio turno di tirare la pasta con il lungo matterello, i miei movimenti da principiante credo siano piuttosto evidenti. Ma passa qualche istante e sotto la guida della capace ed esperta sfoglina, sento che potrei notevolmente migliorare.
Procediamo poi al taglio della sfoglia con l'apposito attrezzo ed infine tutto il team dell' AIFB Tour taglia i quadrati di pasta che farciremo con il semplice e saporito ripieno. Andremo poi a richiudere i tortelloni ancora sotto la guida attenta della sfoglina. 
Ora non ci resta che aspettare che il frutto del nostro lavoro di squadra cuocia nell'acqua in ebollizione.
Ci sediamo a tavola con i produttori che ci hanno accompagnato in questa giornata e gustiamo i tortelloni di spinaci e ricotta conditi con il prezioso aceto balsamico invecchiato 25 anni (che gusteremo anche su una cremosissima ricotta vaccina e sul gelato con le fragole) e parmigiano reggiano. 
Credo sia superfluo descriverne la sublime bontà.

























I tre giorni di intenso tour si concludono intorno alle 16 del pomeriggio di domenica 14 giugno, non prima di esserci riforniti ancora di qualche assaggio di viaggio al negozio de La Vecchia Dispensa.
Si ritorna a casa ed alla nostra quotidianità, ma notevolmente arricchiti da questa esperienza straordinaria.
In ogni singola tappa di questo viaggio ho appreso davvero moltissimo. E mi sento profondamente rinfrancata perché fortunatamente esistono ancora tante persone che credono fermamente in quello che fanno.
Lavorano con tenacia, passione, preservando, nel contempo, la ricchissima tradizione del nostro territorio e con il fine ultimo di donarci un prodotto genuino, sano e di altissima qualità. 


E, a questo punto, i ringraziamenti non sono un obbligo ma un immenso piacere.
Grazie di cuore, quindi, all'Associazione Italiana Food Blogger per avermi dato questa opportunità unica e a tutte le persone che, in questi tre giorni ci hanno accolto con squisita cortesia ed affetto.
Un ringraziamento speciale per la piacevolissima compagnia, ai miei compagni di tour Antonella di Sapori in Concerto, Daniela di Chiedilo alla Dani, Tamara di Perle e Ciambelle, Walter di The Kitchen Tales of Wally, ad Anna Pellegrino, (La Cucina di qb), presidente dell'AIFB e al nostro espertissimo film maker, Emanuele Martino.






Tamara Cincirinpini Photo